Fa caldissimo.
E la colpa è anche del reggaeton.
Ciao, io sono Michele Pagani e questa è Sourced: più o meno 15.000 caratteri che ti compaiono nella casella di posta per raccontarti cose che mi interessano (tramite dati commentati). Questa settimana fa caldissimo (non so se ve ne siete accorti, è solo maggio aiuto chissà che ne sarà di noi a luglio ai miei tempi questo caldo eccetera) e il caldo mi fa incazzare e spompare allo stesso tempo. Quindi tié, eccoti questo episodio che è la mia sudatissima valvola di sfogo (col solito riassuntino a fine pezzo per chi non ha voglia di leggere).
1. La crisi climatica è una crisi sociale
Sappiamo tutti della crisi climatica, di questo caldo insopportabile che è causato dall’uomo e bla bla bla. La cosa che sappiamo meno, però, è chi sia effettivamente responsabile di tutto questo. E per responsabile intendo proprio delle persone specifiche, con nomi, cognomi e barche ormeggiate a Saint Tropez: in un rapporto di Oxfam basato su dati dello Stockholm Environment Institute, si legge che l’1% più ricco del pianeta (circa settantasette milioni di individui, dai miliardari a chi ha un reddito superiore ai 310.000 dollari l’anno) nel 2019 ha prodotto tante emissioni quanto i cinque miliardi che compongono i due terzi più poveri dell’umanità. Ma c’è di più: quando Oxfam ha incrociato le partecipazioni azionarie dei 308 miliardari censiti da Forbes con le emissioni delle aziende detenute (attribuendo a ogni miliardario la quota di CO₂ proporzionale alla sua proprietà) il risultato sono state 586 milioni di tonnellate emesse nel 2024, che è più della somma dei 118 paesi che emettono meno al mondo. Sono numeri allucinanti che si uniscono a questo: il portafoglio del miliardario medio è il doppio più intensivo in carbonio dell'S&P 500, (il 40% degli investimenti analizzati è concentrato in oil, mining, shipping e cemento). Solo il 24% di queste aziende ha fissato target net-zero e insomma, la concentrazione di ricchezza non è neutra rispetto al clima: il capitale, quando si accumula, si dirige verso le aziende che inquinano di più, perché sono anche quelle che rendono di più.
Sempre Oxfam dimostra come il top 1% esaurisce la propria quota equa annuale di emissioni (la frazione di CO₂ che gli spetterebbe se dividessimo equamente tra tutti gli abitanti del pianeta la quantità ancora emettibile prima di sfondare gli 1,5°C di Parigi) in dieci giorni, a spese di ottocentottantasette milioni di esseri umani che, secondo l’UNDP, sono direttamente esposti a caldo estremo, alluvioni, siccità o inquinamento atmosferico.
E sì, si parla principalmente del continente africano, responsabile di meno del 5% delle emissioni globali e bersaglio del peggio del cambiamento climatico. La crisi climatica, in altre parole, non è un problema collettivo ma un meccanismo di redistribuzione dei costi dall’alto verso il basso, dal Nord verso il Sud, dal presente verso un futuro (che pagheranno i più poveri).
Già Marx (è almeno la seconda volta che cito Marx in Sourced, aiuto) nel 1844 aveva intuito che il capitale tratta la natura come un bacino esterno da cui prelevare gratuitamente; ciò che la teoria del cambiamento climatico aggiunge, due secoli dopo, è il vettore temporale di quel prelievo. Non si estrae solo dal sottosuolo: si estrae anche dal futuro, scaricando sui nostri figli o nipoti i costi della crescita presente. David Harvey, in The New Imperialism, ha chiamato questo meccanismo accumulation by dispossession: il capitalismo contemporaneo non cresce più principalmente attraverso la produzione, ma attraverso l’appropriazione di risorse (terra, atmosfera, futuro) che prima erano comuni.
E mentre questo accadeva (mentre i miliardari quintuplicavano le emissioni e il Bangladesh affondava) la sinistra occidentale ha anzitutto trasformato la sensibilità ambientale in un segno identitario da area C, rendendola parte di un dispositivo di classe travestito da scelta morale (il chilometro zero, Patagonia, la borraccia di alluminio e l’astenersi dal volare come scelta di distinzione verso chi vola low-cost sono personal branding, non eco-attivismo). Inoltre, ha appaltato l’azione climatica al libero mercato, che è una cosa ben più grave perché consegna l’unica leva sistemica disponibile (la politica democratica) all’unico attore strutturalmente incapace di esercitarla (le imprese, che per statuto devono, legittimamente, massimizzare il valore per gli azionisti). Il risultato è quello che Naomi Klein chiama green capitalism: trecento aziende dichiarano la carbon neutrality al 2050 mentre i piani climatici nazionali dei paesi del G20 sono insufficienti rispetto agli impegni di Parigi. L’ESG diventa un KPI, il bilancio di sostenibilità sembra un romanzo di Tolkien e ogni atto politico è di fatto una scelta di consumo. E quindi ecco che la domanda “vuoi un sistema economico diverso?” si è trasformata in “questo avocado è coltivato in Sicilia, vero?”.
I sondaggi raccontano la rotta di questa appropriazione. Negli Stati Uniti, la quota di repubblicani liberali e moderati che considera il riscaldamento globale una priorità “alta o molto alta” è crollata di quattordici punti percentuali tra l'autunno 2024 e la primavera 2025, passando dal 36% al 22%, nei mesi successivi all'elezione di Trump (tra i conservatori puri la cifra è ferma al 12% da anni). Pew Research conferma che il clima era uscito dai temi decisivi del ballottaggio 2024: per la destra è diventato un marker identitario contro cui pronunciarsi, parte del pacchetto che include immigrazione, woke-ism e cancel culture. Per la sinistra è una cosa di cui si parla a Davos e che poi svanisce nel nulla. Karl Polanyi, ne La grande trasformazione, aveva descritto come il liberismo classico avesse trasformato la terra in merce dissolvendone il legame sociale; quello che stiamo vivendo è l’evoluzione dello stesso processo: la trasformazione del clima in merce attraverso i mercati del carbonio, i crediti compensativi, gli ESG. E mentre litigavamo se fosse appropriato chiamare il fenomeno crisi o emergenza, i miliardari investivano in oil & gas. Non perché sono brutti e cattivi eh, ma semplicemente perché fanno il loro lavoro: accumulare capitale in un sistema che li incentiva a fare così (a prescindere dal costo reale di tutto questo).
2. Tutto inquina ma qualcosa inquina di più
Una delle ragioni per cui l’azione climatica resta debole è che la rappresentazione mediatica della CO₂ è strutturalmente sbagliata. Immagini stock di ciminiere, autostrade con macchine in coda, foresta amazzonica in fiamme. Tutte cose verissime eh, ma che contribuiscono a creare un immaginario che quasi ci scagiona, disegnando una contrapposizione tra “noi” e “loro”. Ma non è proprio così, perché ci sono cose che inquinano e che sono spesso dimenticate nella narrazione della crisi climatica.
Prendiamo ad esempio le crociere (faccio mea culpa: un anno fa mi sono sparato una settimana di crociera - non per mia volontà, giuro. Una cosa divertente mega inquinante che non farò mai). Secondo un report di Transport & Environment le duecentoquattordici navi da crociera che operavano in Europa nel 2022 hanno emesso più zolfo di un miliardo di automobili (oltre quattro volte più di tutte le auto europee messe insieme). Una sola nave da crociera di medie dimensioni emette particolato come un milione di auto, e nonostante le crociere siano l’1% della flotta marittima globale producono il 6% delle emissioni di black carbon. Una nave da tremila passeggeri scarica 176.400 galloni di liquami a settimana e l’Italia ha superato la Spagna come paese europeo più inquinato dalle navi da crociera; Venezia, dopo il bando alle grandi navi, ha visto un calo dell’80% delle emissioni di SOx. Una crociera tutto incluso da 1.500 euro a settimana è percepita come democratizzazione del lusso, ma in realtà è una redistribuzione regressiva travestita da margarita, reggaeton, balli di gruppo e assalto al buffet. E si potrebbe estendere il ragionamento alle navi cargo: sono responsabili del 18% dell’inquinamento globale da ossidi di azoto e del 3% delle emissioni di gas serra; la crescita in tonne-kilometri di trasporto marittimo è stata mediamente del 4% annuo dagli anni Novanta, cinque volte tanto rispetto agli anni Settanta. È il paradosso di Jevons: più siamo efficienti per unità trasportata, più trasportiamo, e quindi più inquiniamo.
Un altro grande inquinante è lo spreco alimentare (di cui ho parlato qui). Secondo WRAP contribuisce per l’8-10% alle emissioni globali, cinque volte tanto l’intera aviazione civile (se fosse un paese, sarebbe il terzo emettitore globale dopo Cina e Stati Uniti). Il meccanismo non è la sbadataggine domestica ma la sovrapproduzione industriale: standard estetici della GDO che scartano frutta non simmetrica, scaffali che devono apparire sempre pieni fino alla chiusura, etichettature che confondono consumarsi entro con consumarsi preferibilmente entro. Il 58% delle emissioni di metano dalle discariche americane proviene dal cibo gettato e il cibo che non lascia mai la fattoria occupa un’area grande come il subcontinente indiano e consuma acqua pari a 304 milioni di piscine olimpioniche. Insomma, l’overproduzione non è un effetto collaterale del capitalismo ma il suo presupposto.
Il terzo inquinante nascosto è il Bitcoin. Il mining nel 2025 ha consumato circa 175 TWh annui (il consumo elettrico annuale della Polonia) e prodotto 98 milioni di tonnellate di CO₂, paragonabili all’output dell’intero Qatar. Una singola transazione consuma circa 1.335 kWh, contro 1-5 Wh di Visa: un rapporto di centinaia di migliaia di volte. Il 48% dell’elettricità utilizzata viene da fonti fossili e il Fondo Monetario Internazionale prevede che cripto e AI insieme negli Stati Uniti consumeranno il 2% dell’elettricità globale entro il 2027. Bitcoin è una delle prime tecnologie della storia umana a inquinare per design: il proof-of-work non è un effetto collaterale del sistema ma è il sistema stesso, ed è puro consumo di entropia per produrre un asset speculativo.
C’è poi lo streaming, che è il caso più interessante perché smentisce in parte la sua stessa cattiva fama. Le stime originali di The Shift Project (mezz’ora di Netflix uguale a quattro miglia in auto) erano sbagliatissime: l’IEA ha rivisto a circa 36 grammi di CO₂ per ora di streaming, il Carbon Trust a 55 grammi (pari a far bollire l’acqua per qualche tè, ci sta). Tutto ciò aggregato, però, è un’altra cosa: le piattaforme globali producono circa 50 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, e l’Öko-Institut stima le emissioni globali dei data center a 230 milioni di tonnellate di CO₂eq nel 2024. Ma il vero inquinatore non è Netflix: l’89% delle emissioni dello streaming viene dai dispositivi terminali (lo schermo da solo pesa il 46%, router e modem il 38%) mentre i data center valgono l’1%. Il colpevole, quindi, è il televisore da sessantacinque pollici sempre acceso, più che dell’algoritmo di Reed Hastings.
E poi c’è un caso che non sapevo se mettere o meno ma sticazzi, qui sono io l’editore presso me stesso e quindi eccomi: gli ospedali inquinano un botto.
Il sistema sanitario globale è responsabile del 4,4-4,6% delle emissioni mondiali di gas serra (più dell’aviazione civile, più dello shipping marittimo). Se fosse un paese, sarebbe il quinto emettitore globale e nelle economie più sviluppate la quota sale al 10% delle emissioni nazionali.
E tutto ciò è dovuto alla filiera farmaceutica, all’energia per riscaldare e ventilare i reparti, alla catena del freddo per i farmaci, al monouso medicale, ai gas anestetici (alcuni dei quali sono potenti gas serra) e agli spostamenti del personale e dei pazienti. Secondo The Lancet, l’inquinamento atmosferico generato dal settore sanitario causa circa quattro milioni di anni di vita sana persi ogni anno. Fa quasi ridere: il settore che dovrebbe proteggerci dagli effetti sanitari del cambiamento climatico è uno dei suoi maggiori produttori. Curare oggi un anziano colpito da un’ondata di calore significa emettere CO₂ che produrrà un’altra ondata di calore domani in un circolo vizioso di cui ormai siamo abituati e che, proprio per questo, spesso consideriamo come inevitabile.
E infine c’è il pilastro (letteralmente) nascosto di tutto: il cemento. Pesa circa l’8% delle emissioni globali, al punto che se fosse un paese, sarebbe il terzo emettitore al mondo dopo Cina e Stati Uniti. Ma come fa a inquinare il cemento? Circa il 60% delle emissioni non viene dai forni ma dalla reazione chimica di calcinazione del calcare: liberare CO₂ è intrinseco al processo e anche con forni alimentati al 100% da rinnovabili, il cemento continuerebbe a emettere. Una bella menata, perché qui non si tratta di sostituire la tecnologia ma di sostituire la materia stessa di cui sono fatti i nostri sogni fatte le nostre città. Al momento molto, molto, molto difficile.
Il filo che lega questi inquinatori invisibili è solo uno: producono CO₂ attraverso processi che la rappresentazione culturale omette dal racconto della crisi climatica. La crociera è vacanza, il cibo nel bidone è negligenza, Bitcoin è innovazione, Netflix è intrattenimento, l’ospedale è cura, il cemento è il pavimento. E tutto questo, se sommato, fa molto male al pianeta (ma noi ce ne dimentichiamo perché sono sempre “loro” quelli che inquinano).
3. Un po’ di sano debunking
Credo di avere il pregio di odiare davvero poche cose. Nell’elenco metto sicuramente la condivisione del cibo (se ho in mano un sacchetto di patatine e me ne chiedi una potrei morire), il disordine, il pressapochismo, i rosiconi, i buuu razzisti allo stadio e le fake news sul clima, che proverò a smontare in questo paragrafo (sia mai che a un pranzo con un parente vi dobbiate trovare a confutare la teoria complottista dello zio Peppino - Sourced per il sociale -).
Prima fake news: è colpa del sole. La risposta breve è che dal 1978 i satelliti misurano l’energia solare in arrivo sulla Terra e non mostrano nessun trend al rialzo, mentre le temperature continuano a salire. La risposta lunga è che se fosse il sole a scaldare, anche la stratosfera si riscalderebbe insieme alla troposfera; invece la troposfera si riscalda mentre la stratosfera si raffredda, e questo è un pattern che è compatibile soltanto con i gas serra.
Seconda fake news: sono i vulcani. Tutti i vulcani della Terra messi insieme emettono meno dell’1% della CO₂ prodotta dall’attività umana ogni anno. La concentrazione atmosferica di CO₂ è passata da circa 280 ppm pre-industriali agli oltre 420 di oggi, livelli che non si vedevano da 800.000 anni di carotaggi glaciologici.
Terza fake news: il clima è sempre cambiato. È vero. Negli ultimi quattro miliardi di anni il clima ha attraversato glaciazioni, periodi caldi, estinzioni di massa. La risposta non è sul se, è sul quanto in fretta. Le transizioni climatiche naturali documentate nei carotaggi richiedono millenni mentre quella in corso si sviluppa in due secoli. Il rapporto tra CO₂ atmosferica e temperatura globale, dall’inizio della Rivoluzione Industriale, si è mosso in parallelo a una velocità senza precedenti negli archivi paleoclimatici. Quindi sì, il clima è sempre cambiato ma mai con questa velocità.
Quarta fake news: le auto elettriche (settimana croccante per le auto elettriche eh?) inquinano più di quelle a benzina perché produrre la batteria costa molta CO₂. È vero che nei primi due anni di vita un’auto elettrica produce circa il 30% in più di CO₂ rispetto a una a combustione, perché il mining del litio e la manifattura della batteria sono energeticamente intensi. Tuttavia, secondo l’International Council on Clean Transportation, un’auto elettrica venduta oggi in Europa produce nell’arco del suo ciclo di vita il 73% di emissioni in meno della corrispondente a benzina, batteria inclusa. Il pareggio arriva intorno al secondo anno, e tutto quello che viene dopo è guadagno netto. Questa fake news funziona quasi in maniera omeopatica, perché ha in sé un punto di verità (la fase manifatturiera è davvero più sporca) ma dimentica il resto. È esattamente come funziona la disinformazione: una verità parziale è più resistente di una bugia completa.
La vera questione è che queste fake news sono tutte prodotti industriali. La grande maggioranza dei miti sul clima è stata progettata e diffusa da compagnie fossili, dai loro alleati politici e da think tank pagati per spendere milioni in pubblicità, studi, lobbying, per confondere l’opinione pubblica e ritardare l’azione climatica. Naomi Oreskes ed Erik Conway, in Merchants of Doubt, hanno mostrato come il modello sia esattamente quello dell’industria del tabacco negli anni Sessanta: non serve negare la scienza, basta seminare dubbio e spostare il dibattito dalla domanda “qual è la verità?” alla domanda “esiste una verità?”. L’industria della disinformazione climatica ha riciclato letteralmente gli stessi consulenti, lo stesso playbook, in alcuni casi gli stessi membri dei board. Frederick Seitz, ex presidente della National Academy of Sciences, era passato dal lavorare per R.J. Reynolds Tobacco al fare da volto scientifico al negazionismo climatico finanziato da ExxonMobil. Carriera incredibile.
E poi metto qui una fake news bonus: il fast fashion pesa il 10% delle emissioni globali, più di voli internazionali e shipping marittimo messi insieme. È una citazione UN del 2018 mai validata da peer review, ripresa miliardi di volte da media e attivisti senza mai essere verificata. E quando l’Apparel Impact Institute, nel suo report 2025, ha tracciato sistematicamente le emissioni effettive del settore, il numero è stato 944 milioni di tonnellate (circa il 2% delle emissioni globali). Un numero comunque enorme, comunque un problema serio (che ha impatto non solo sul clima ma anche sulle condizioni dei lavoratori e lo sfruttamento lungo le filiere di approvvigionamento), ma cinque volte meno. E questo dato l’ho messo perché credo che stare dalla parte giusta della scienza non esoneri dall’onestà sui numeri. Ogni cifra gonfiata è infatti un regalo al negazionismo, perché trasforma un argomento sano in un bersaglio facile per chiunque abbia interesse a delegittimarlo.
C'è una differenza morale enorme tra chi mente per interesse e chi esagera per zelo. La destra del fossile diffonde balle costruite a tavolino, finanziate dal capitale che ne beneficia, secondo un modello industriale collaudato sul tabacco mezzo secolo fa. La sinistra climatica, nella sua versione mediatica, ripete cifre gonfiate per entusiasmo militante e diffuse per pigrizia giornalistica. Sono due cose diversissime sul piano della responsabilità ma, sul piano della verità (quello che gli epistemologi chiamano truth-tracking, la capacità di rappresentare correttamente come stanno le cose) questa differenza non è una scusante. Un numero falso non diventa meno falso perché chi lo ripete ha buone intenzioni e un numero falso ripetuto dal fronte progressista non resta confinato lì: viene immediatamente prelevato dall'avversario e usato come prova che l'intero discorso è inaffidabile. È la stessa logica del “guarda quel ricercatore che ha truccato un grafico nel 2009”: basta un'imprecisione a screditare mille studi corretti. Per questo il rigore è la precondizione di sopravvivenza della sinistra climatica nel dibattito pubblico. La destra fossile può permettersi di mentire perché vince comunque vendendo benzina; la sinistra climatica, che non vende nulla, non può permettersi neanche un errore di stima. E nel frattempo, tutti noi, continuiamo a sudare.
Caldo, vero? Ecco qui come promesso il riassuntone, che sa di ghiacciolo gusto limone.
La crisi climatica non è un problema collettivo ma un meccanismo di redistribuzione dei costi che va da pochi ricchissimi a miliardi di poveri, e che la sinistra ha smesso di combattere come problema politico per trasformarlo in marker identitario di consumo. Tra gli inquinatori reali ci sono molti settori che non vediamo come industriali (crociere, spreco alimentare, Bitcoin, ospedali, cemento) perché la rappresentazione mediatica racconta solo ciminiere e SUV. Le bufale climatiche sono in gran parte prodotti industriali della destra fossile, ma esistono anche cifre gonfiate dal fronte progressista che fanno il gioco dei negazionisti: stare dalla parte giusta della scienza non esonera dall'onestà sui numeri.
Chiudo con una cosa da leggere, una da ascoltare e una da guardare.
Ho iniziato il nuovo libro di Bernie
Continuo ad ascoltare il nuovo disco di Moby (incredibile)
Un po’ auto promozionale ma questo episodio di morning good mi ha divertito
Grazie di essere stati con me anche oggi, vado a mettere i piedi a mollo.








Punto due mi ha fatto pensare a Sanremo e ai due sponsor principali
Best puntata per me ad oggi